Quanto inquina l’intelligenza artificiale. C’era una volta la Silicon Valley della democrazia dal basso, della Rete aperta a tutti, della rivoluzione tecnologica Verde. Allora i principali colossi della tecnologia avevano tutti promesso di essere i paladini della libertà (prima di inchinarsi alle politiche del trumpismo) e di voler essere ecologicamente sostenibili. La cosa sembrava possibile: le loro attività lavoravano su bit, silicio e informazioni: prodotti che apparivano meno energivori di cemento, carbone o acciaio. Al netto delle molte promesse fatte e non mantenute, quella che più stride in questa epoca di inarrestabile corsa dell’Intelligenza Artificiale è proprio quella sulla salvaguardia dell’ambiente.
Google è stato il primo ad ammettere che le sue emissioni, invece di diminuire, sono aumentate del 48% dal 2020 e del 13% solo nell’ultimo anno: difficile dunque pensare a una inversione di tendenza in tempi brevi. Da parte sua anche Microsoft e Amazon denunciano gravi aumenti nelle emissioni di CO2 (+30% in 5 anni). Altro che emissione zero entro il 2030 come era stato sbandierato da più parti.
Google è stato il primo ad ammettere che le sue emissioni, invece di diminuire, sono aumentate del 48% dal 2020 e del 13% solo nell’ultimo anno: difficile dunque pensare a una inversione di tendenza in tempi brevi. Da parte sua anche Microsoft e Amazon denunciano gravi aumenti nelle emissioni di CO2 (+30% in 5 anni). Altro che emissione zero entro il 2030 come era stato sbandierato da più parti.

Caccia al colpevole
Sotto accusa c’è proprio lei: l’intelligenza artificiale (AI) che ha bisogno di un enorme potere computazionale (macchine sempre più potenti, sempre più grandi, sempre più affamate di energia). Non è un segreto che per addestrare una intelligenza artificiale servano quantità sterminate di dati, immensi server dove stoccarli e computer super-potenti per processarli, trovare inferenze, collegamenti e associazioni tra essi.
D’altro canto l’utilizzo di ChatGPT, Midjourney, Gemini e di tutti gli altri modelli che da tre d’anni a questa parte, sono entrati nella vita di milioni di persone in tutto il mondo sta di fatto cambiandoci la vita. E indietro certo non si torna! Dietro i chatbot e i software che rispondono alle nostre domande (a volte in modo sinceramente irritante), che creano testi (spesso banali ed erronei), immagini e video (non di rado usate per la disinformazione e la propaganda), ci sono data center che per funzionare richiedono l’energia necessaria ad alimentare una città.
È di oltre 6 anni fa la prima ricerca fatta dall’Università del Massachusetts. I ricercatori hanno valutato che gli allora ancora embrionali sistemi di intelligenza artificiale generativa causavano l’emissione di 280 tonnellate di anidride carbonica, quasi cinque volte l’intero inquinamento prodotto da un’auto dalla sua produzione alla rottamazione. Addestrare GPT-3 (era il 2020) era costato 550 milioni di tonnellate di anidride carbonica (quanto 200 voli da Milano a New York) e 3,5 milioni di litri di acqua.
Un consumo inarrestabile
Difficile fare un calcolo più aggiornato per i nuovi modelli molto più potenti: oggi i sistemi di AI non solo sono più grandi, ma si sono moltiplicati di numero e ne è esponenzialmente aumentato anche l’utilizzo. Secondo un report dell’Economist, l’AI generativa ha conquistato il 16% degli adulti in età lavorativa di tutto il mondo in soli tre anni. Altri dati parlano di 1,5 miliardi di persone. Ogni domanda posta a ChatGPT (o ad un analogo modello di intelligenza artificiale generativa) richiede dieci volte l’energia richiesta da una semplice ricerca su un tradizionale motore di ricerca (come Google).
Le cose peggiorano a dismisura quando vogliamo che la AI crei immagini dai nostri testi e addirittura video. Eppure è indubbio che questi sistemi siano ormai nostri compagni di viaggio, collaboratori nel lavoro, macchine dalle risposte immediate (anche se non si sa quanto precise), consulenti e (purtroppo) oracoli. Si ritiene che già oggi oltre il 4% delle emissioni globali di anidride carbonica siano a carico della AI e l’Agenzia Internazionale per l’Energia ritiene che la corsa al consumo sia in accelerazione continua. Si calcola che entro il 2040 le emissioni di gas serra derivanti dal mondo delle tecnologie digitali arriveranno al 14% del totale (poco meno di quanto consumano gli Stati Uniti d’America).
Una delle possibili soluzioni ventilate dalle gradi multinazionali del settore è quello di guardare al nucleare con la realizzazione a fianco dei loro mastodontici data center di micro-centrali atomiche deputati ad alimentarli (la cui fattibilità e sostenibilità è ancora tutta da vedere).
Una tecnologia ambivalente
Non è certo una novità per nessuno che la crisi climatica stia cambiando la nostra vita: si sciolgono i ghiacciai, si alzano i mari, fenomeni atmosferici estremi sono ormai quotidiani, frana il territorio, veniamo arrostiti da estati sempre più torride, la siccità desertifica ampie fette del pianeta… Una situazione che da tempo avrebbe dovuto ricevere più attenzione da tutti i governi del mondo e che invece tendiamo a nascondere sotto il tappeto, preferendo negare persino l’evidenza.
La AI in origine si era candidata come un più che valido aiuto per comprendere e arginare proprio questo fenomeno planetario: potendo processare una incredibile mole di dati ha infatti tutte le capacità per aiutare l’uomo a capire, gestire e contenere la crisi climatica. E invece i dati di oggi dimostrano come proprio questa tecnologia aggravi il problema invece di provare a risolverlo. Come sempre succede con le tecnologie dirompenti come questa, non si tratta di strumenti né buoni né cattivi in sé dipende da come e per cosa li usiamo. In fondo anche il fuoco può scaldare la casa o bruciarla. La soluzione è utilizzare la AI in maniera sostenibile e a beneficio di tutti e non solo in vista di un guadagno personale e immediato come avviene nel sistema capitalistico di stampo statunitense.
I sistemi di intelligenza artificiale in effetti possono essere nostri preziosi alleati nel contrasto alla crisi climatica come nella diagnosi medica o nella gestione di problemi molto complessi. Possono aiutarci a non sprecare acqua, a consumare meno, a gestire meglio il traffico, a prevedere eventi meteorologici catastrofici, a monitorare la biodiversità. Ma non sembra che questa sia la strada intrapresa dai colossi del digitale che invece procedono a marce forzate e a velocità crescente nello sviluppo di una tecnologia che le risorse del pianeta le consuma e non aiuta a ben gestirle.
E se la intelligenza artificiale ci rendesse stupidi?
La domanda se l’è fatta il prestigioso MIT (Massachusetts Institute of Technology) di Boston negli USA: hanno preso 54 persone divise in tre gruppi: il primo ha scritto un testo senza nessun ausilio esterno, il secondo si è potuto avvalere dei motori di ricerca e il terzo ha invece sfruttato proprio ChatGPT, il più noto dei modelli della Intelligenza Artificiale cosiddetta “generativa” ossia capace di generare testi (ma anche immagini e video) in risposta a domande scritte o orali. Risultato del test? L’elettroencefalogramma ha mostrato schemi di attività cerebrali differenti: il cervello (che è un organo molto pigro e molto “costoso” a livello energetico) tende a lavorare sempre meno se maggiore è “l’aiuto” che riceve dall’esterno! Come c’era da aspettarsi in chi poteva usufruire della AI l’attività cerebrale era la più debole. Non solo: i testi così prodotti sono risultati i meno creativi e i più mediocri e chi li ha “fatti scrivere alla AI” non si ricordava neppure cosa il sistema ci aveva messo dentro! Anche alla Business School di Zurigo hanno cercato di mettere a confronto uso della AI e capacità di ragionamento: hanno valutato 666 persone e hanno messo a confronto la loro capacità di pensiero critico con la frequenza con cui usavano la AI e con quanto si fidassero delle sue risposte. Anche qui il risultato non stupisce: chi faceva un maggiore uso dell’intelligenza artificiale ha ottenuto punteggi più bassi. Questo non significa certo che dobbiamo rinunciare a usare gli strumenti di Intelligenza Artificiale ormai diffusissimi in tutti gli ambiti (non sarebbe più neppure pensabile). Quello che invece sarà fondamentale imparare a fare è usarli non come sostituti del nostro pensiero, ma come collaboratori, aiutanti efficientissimi, velocissimi ma non sempre affidabili. Attenzione a demandare a loro le nostre decisioni e fidarsi ciecamente delle loro risposte. Come per ogni nuova tecnologia dobbiamo imparare a dominarla, gestirla e usarla per quello che davvero ci può dare. Ed è davvero molto.
Nicoletta Salvatori
